Naufraghi senza volto di Don Tiziano Vimercati – Parroco

THE GULF STREAM di Winslow Homer (1899)

Un migrante arrivato in Italia circa dieci anni fa, dopo aver attraversato il mediterraneo a bordo di un gommone, mi diceva che aveva avuto paura, tantissima, anche perché non sa nuotare. Oltre alla paura, fame, sete, freddo. Però ce l’ha fatta. Di suo fratello, ventenne, partito dopo di lui, non si è saputo più nulla. Probabilmente affogato, ma non sa dove, come, quando.

Non sapere è un tormento, è qualcosa che non ci permette di mettere il cuore in pace, è continuare a sperare in un miracolo che però sappiamo non avverrà. Il fratello di mio papà non tornò dalla guerra in Russia, risultava tra i dispersi. La moglie, fino all’ultimo dei suoi giorni, custodiva in fondo al cuore la speranza di rivederlo, e gli voleva sempre bene come se fosse ancora vivo. Sperava, ormai, contro ogni evidenza.

Non sono poche le persone di cui si perdono le tracce; e non sono poche quelle trovate morte di cui non si riesce a dare un nome.

Sto leggendo un libro in questi giorni: Naufraghi senza volto, dare un nome alle vittime del Mediterraneo.

Una donna, medico, professore di medicina legale presso l’Università degli studi di Milano, Cristina Cattaneo, racconta con passione e pietà il suo lavoro di medico anatomopatologo, il medico che esegue le autopsie per stabilire le cause della morte ma anche per dare un nome ai cadaveri di cui non si conosce l’identità. Fin dalle prime pagine le sue parole mi hanno colpito.   

“Il mese di ottobre del 2013 mi ha segnata profondamente. Nell’arco di meno di due settimane, mentre l’estate si trasformava uggiosamente in autunno, mio padre morì. E per la prima volta ho sentito dentro di me tutto il vuoto che si porta dietro ciò con cui ho a che fare tutti i giorni: la morte. Come medico legale ho passato vent’anni a parlare e a fare domande a chi ha perso un figlio, un genitore, un compagno… E non mi sono mai abituata all’enorme senso di tristezza e compassione che ti invade di fronte a un genitore che non si capacita del fatto che il figlio, che si è appena laureato e con cui ha appena condiviso l’ultima colazione prima di uscire, si è schiantato con la macchina. Mi sono sempre chiesta come fosse stare “dall’altra parte”, dalla parte di chi si trova a guardare un volto irrigidito e freddo che non riconosce più: ora lo sapevo.

Ricorda poi come l’esperienza della morte del padre l’abbia portata a capire e condividere il dolore di chi piangeva i propri cari naufragati in mare nel tentativo di raggiungere le nostre coste, di cui lei avrebbe dovuto prendersi cura per identificarli: un barcone con circa 400 eritrei a bordo naufragò di fronte alle coste di Lampedusa, il 3 ottobre del 2013, e dopo pochi giorni un’altra tragedia  in cui erano coinvolte famiglie siriane. Uomini, donne e bambini annegati, chiusi nella stiva di una imbarcazione, abbracciati tra loro, in un disperato tentativo di farsi coraggio e di affrontare insieme la morte. Della maggior parte non si conosce l’identità: quasi morti inesistenti. Non certo per i loro cari, distrutti  dall’ansia e dalla paura perché non ricevono più notizie, e pur temendo il peggio non ne hanno mai la certezza. E’ importante dare loro un volto, un nome, restituire una certa dignità, onorarli.

Dice la dottoressa Cattaneo: Identificare i morti di Lampedusa non è solo un atto di Pietas: serve anche per onorarli e liberare i vivi dall’angoscia. Inoltre rende possibile ai loro parenti di adottare gli orfani sopravvissuti.

Tante storie di vita affiorano dall’esame dei cadaveri, da ciò che indossavano e da ciò che portavano con sé. Affiorano desideri, dolori, sofferenze patite, affiora la grande voglia di vivere di uomini e donne disposti a inauditi sacrifici pur di assicurarsi una vita degna di essere vissuta e poter garantire il più possibile un futuro con un po’ di speranza per i propri figli.

Tutto questo dicono i corpi recuperati. Dicono quanto siano simili a noi, quanto hanno lottato per avere anche loro ciò che noi da sempre possediamo, e non sempre apprezziamo perché non siamo mai contenti. Dicono, questi corpi, che dovremmo piangere di più, e anche un po’ vergognarci perché un po’ di fastidio lo proviamo e soprattutto non ci diamo troppo da fare. Ci dicono anche che possiamo fare tutte le considerazioni politiche, finanziarie, economiche e ideologiche che vogliamo, ma che prima di tutto viene l’umanità, l’uomo prima di ogni altra cosa. Anche un solo giovane uomo, una donna, un bambino, sacrificati sull’altare delle convenienze politiche, è comunque di troppo.

Commoviamoci di fronte ai racconti della dottoressa Cattaneo, è comunque un primo passo per mettersi in gioco: nelle tasche di un ragazzo c’era un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea (so che portare un po’ di terra del proprio paese lo fanno in tanti: dolore per gli affetti che si lasciano, per la storia vissuta e forse anche volontà di non dimenticare le proprie radici e poter un giorno ritornare), un altro custodiva la tessera della biblioteca; un altro ancora aveva cucito nella tasca interna la pagella scolastica, scritta in arabo e in francese.

Un altro ancora… mille altre storie, purtroppo. Restituiamo amore e dignità.  

  

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Non cercavo più i segni miracolosi o mitici della presenza di Dio.
Non volevo più ragionare su di Lui, volevo conoscerlo.
Cercavo il Dio di tutti i sette giorni della settimana,
non il Dio della domenica.
Non è stato difficile trovarlo, no! Non è stato difficile
perché Lui era già là ad attendermi.
E l’ho trovato.
Sento la sua Presenza. La sento nella storia.
La sento nel silenzio. La godo nella speranza.
L’afferro nell’amore. Mi è così vicina.
Mi conforta. Mi rimprovera.
È il cuscino della mia intimità. Il mio tutto.
( C. Carretto)

COMUNITA´ PASTORALE S. TERESA BENEDETTA DELLA CROCE
Parrocchie:
Cuore Immacolato di Maria – Madonna di Lourdes
S. Maria Assunta – Sacro Cuore di Gesù
SS. Pietro e Paolo – S. Giuseppe Artigiano
LISSONE

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