La vita spirituale è il cuore dell’uomo di Don Tiziano Vimercati – Parroco

Don Tiziano Vimercati – Parroco

Marc Chagall

Riprendo la riflessione iniziata la scorsa settimana.
Dicevo che la qualità del nostro celebrare d’ora in poi l’eucaristia dipenderà da come stiamo vivendo questo tempo così complesso, inedito e inaspettato. Potrà non cambiare nulla: si chiude una parentesi, si ritiene ciò che è accaduto uno spiacevole incidente di percorso, e tutto ritorna come prima. Le solite messe, più o meno per abitudine, più o meno annoiate, percepite come un obbligo del buon cristiano. Riflettendo sul modo con cui posso riprendere la partecipazione alla messa, mi accorgo che in realtà sto riflettendo anche su come posso iniziare a riprendere la normalità della vita di tutti i giorni. Si tratta di capire che cosa sto imparando da questo tempo così complesso che mi ha cambiato lo stile di vita.

Senza alcuna pretesa vorrei semplicemente condividere qualche pensiero che mi passa per la testa.
Un primo atteggiamento penso debba essere quello della riconoscenza.
Troppo abituati a dare tutto, o quasi, per scontato.

In chiesa si celebra la messa, non può che essere così, è sempre stato così. E non si deve cambiare neanche l’orario, perché solo come è adesso va bene. Un dono trasformato in diritto, preteso e dovuto. Forse ci dimentichiamo che la nostra vita è costellata da tanti doni, tante cose ci sono semplicemente donate. L’amore dei genitori, sincere amicizie, il lavoro che altri svolgono per noi e che ci permette di avere una vita dignitosa. Alcune abitudini: ritrovarsi per un caffè, pranzare insieme, una camminata con gli amici, una partita di calcio.
Pensavamo che tutto questo fosse normale, scontato, chi mai ci potrebbe togliere queste abitudini, che tra l’altro sono anche molto belle e positive. Eppure è avvenuto. Se abbiamo compreso che sono buone abitudini, riprendiamole non solo con gioia, ma anche con riconoscenza.
Ci sono di nuovo donate.
Ora le dovremo apprezzare ancora di più, ora che abbiamo capito il loro valore. Imparare a ringraziare chi abbiamo accanto e ci dona amore e amicizia, chi lavora e si preoccupa per noi. Imparare a ringraziare il Signore perché ogni giorno ci invita a incontrarci con Lui, e per noi questo è un dono.

Se impariamo a ringraziare saremo anche più consapevoli che partecipare alla messa è qualcosa di grande, che ci supera, da riscoprire in continuazione: è l’uomo che, con tremore e rispetto, si avvicina al suo Dio, che si lascia sì incontrare, ma pur sempre nel mistero, come avvolto nella nube.   Consapevoli anche che la nostra vita è una splendida avventura, ma da prendere sul serio, con impegno, usando le capacità che ciascuno di noi ha ricevuto per il bene di tutti.

Riprendiamo con l’atteggiamento della ferma decisione.
Forse in questo periodo abbiamo fatto qualche proposito. Lo spero. Forse abbiamo deciso di cambiare un po’ lo stile di vita. Avere ferma decisione vuol dire non lasciare quei propositi irrealizzati, parole al vento. Come tante promesse che facciamo, mai mantenute. Venire a messa non è la scelta che può essere fatta da uno spettatore, ma da chi, insieme al sacerdote e ai fratelli, celebra l’eucaristia.

E la celebra fino in fondo perché capisce che la messa continua nel servizio ai fratelli, che si esce da chiesa e ci si fa carico anche di chi mi sta accanto, soprattutto di chi più ha bisogno. Se mi accorgo che qualche mio modo di pensare, qualche modo di agire ormai consolidato è però contrario al vangelo, non posso far finta di niente, occorre la ferma decisione di cambiare, di convertirmi, di avere lo stesso pensiero di Cristo, e di agire come Lui.

Un atteggiamento che penso dovremmo avere, forse specifico di questo momento, è quello di una certa tristezza. Oggi dopo tre mesi ci ritroveremo per le messe festive.
Non tutti però, le chiese non saranno piene come prima. Non perché qualcuno non se la sente di riprendere subito la partecipazione alla messa e continuerà a seguirla sui mezzi di comunicazione; non perché in chiesa c’è un numero massimo di partecipanti da rispettare che però non è sufficiente per le nostre necessità. Prima o poi, se Dio vuole, ci ritroveremo tutti.

Ci rattrista perché alcuni fratelli e alcune sorelle ci hanno lasciato, non li abbiamo salutati, non li abbiamo accompagnati nel momento della morte, non li abbiamo salutati con la nostra preghiera qui in chiesa, insieme.
Tristezza perché non li vedremo più, non ci scambieremo quel saluto che da tanti anni segnava l’incontro domenicale.
Tristezza perché tra noi tanti portano il peso di un lutto vissuto così, con lo strazio nel cuore che non concede tregua.
In qualche misura la comunità dei fratelli deve portare il peso di questo dolore; portate il peso gli uni degli altri, dice San Paolo.

Card. RENATO CORTI


Un ultimo atteggiamento mi è suggerito da un pensiero del Card. Renato Corti, già ricordato la scorsa settimana: La vita spirituale non è una parte accessoria, è il cuore dell’uomo.
Ciò che nutre la vita dell’uomo non è solo il pane.
Soprattutto di questo ci si è preoccupati in questo tempo.
L’economia, il profitto, ciò che è materiale, tutto questo ha occupato il primo posto.
Ciò che è oltre, ciò che è spirituale, religioso, relazionale, culturale, le stesse esigenze dei bambini, degli anziani, o dei disabili, tutto questo viene dopo, come un di più. 
Io credo che questo sia invece il cuore dell’uomo, ciò che in realtà ci permette di avere una vita realizzata e anche un po’ più serena e felice.

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