Dal Gruppo Missionario. Dal Sudan Lettera-Appello di Fratel FABIO MUSSI: Solidarietà per l’Aggravarsi della Situazione dei Profughi dal Sudan

Carissimi,sono colmo di gioia e gratitudine nel rivolgermi a voi in questo momento così significativo della mia vita e della mia missione.

Data:
3 Dicembre 2025

Carissimi,
sono colmo di gioia e gratitudine nel rivolgermi a voi in questo momento così significativo della mia vita e della mia missione. Dopo il periodo trascorso a Lissone, ora sono ritornato in Sudan, terra che mi accoglie e che porto nel cuore come una seconda casa.
In questo tempo trascorso a Lissone ho avuto modo di sperimentare l’affetto, la vicinanza e il sostegno di ciascuno di voi.
Le vostre preghiere, le parole di incoraggiamento e i gesti di generosità sono stati per me luce che mi aiuteranno nelle giornate difficili e hanno rafforzato il mio desiderio di servire con dedizione la comunità sudanese.
Il Sudan è una terra ricca di bellezza e di sfide.
Sono ritornato animato da spirito di speranza, pronto a continuare a tendere la mano ai nostri fratelli e sorelle che vivono situazioni di difficoltà, ma anche a ricevere, come sempre, quella straordinaria testimonianza di accoglienza, resilienza e fede che il popolo sudanese sa donare.

Dopo il GRAZIE eccoci sulla realtà giornaliera di vita nel Sudan

Negli ultimi giorni di novembre 2025, una missione si è recata nella cittadina di Tené, situata nella provincia di Wadi Fira, a circa 280 km a nord-est di Abéché, con l’obiettivo di valutare la gravità della situazione dei rifugiati e sfollati provenienti dal Sudan. Questo intervento si è reso necessario a seguito dell’intensificarsi della guerra nel nord-ovest del Darfour, dove si trova la capitale provinciale El Fasher.
Alla frontiera di Tené, numerose persone in fuga dalla guerra stanno attraversando il confine.
A circa 3 km dal centro cittadino è stato allestito un “campo di transito” che, nelle ultime due settimane, ha accolto oltre mille persone.

Tra queste, circa cinquanta minori, di età compresa tra i 4 e i 17 anni, sono arrivati senza alcun accompagnatore adulto.
Questi bambini, soli e vulnerabili, cercano conforto e sostegno tra loro.

I responsabili del campo hanno lanciato un appello per ottenere almeno indumenti, una stuoia e una coperta per la notte, poiché le temperature notturne possono scendere fino a 15°C.
Questi minori hanno raggiunto il campo con i soli vestiti indossati durante la fuga, e la loro priorità è trovare riparo e cibo.
Si tratta di una tragedia all’interno di una più ampia catastrofe umanitaria.

Evoluzione della situazione umanitaria

Per capire meglio la situazione è utile ricordare che Il conflitto in Sudan si è intensificato nell’aprile 2023 a seguito di disaccordi tra il presidente del Consiglio Sovrano, il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo dell’esercito, e il comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF), Mohamed Hamdan Dagalo.

Gli scontri, inizialmente concentrati a Khartoum, si sono estesi ad altre parti del paese. Le stime indicano che il conflitto ha già causato almeno 40.000 vittime e costretto quasi 12 milioni di sudanesi all’esilio, con molti che si trovano sull’orlo della carestia.
Al mese di novembre 2025, la situazione del Sudan diventa sempre più catastrofica dopo oltre due anni di conflitto.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, il 27 ottobre da parte delle Forze di Supporto Rapido (RSF), cioè l’organizzazione militare che combatte contro il governo, ha innescato un esodo di massa.
Dopo oltre 500 giorni di assedio, la milizia paramilitare ha conquistato l’ultima grande città ancora sotto il controllo dell’esercito sudanese in questa regione occidentale del Paese.
Più a est, nello Stato del Kordofan, circa 50.000 persone sono state sfollate nello stesso periodo.

Crimini di guerra e violenza sessuale

Sempre secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dalla caduta di El Fasher, sono pervenute numerose segnalazioni di “violenza diffusa, abusi sessuali a donne e minori, e civili a volte uccisi sul posto” da parte delle RSF.
Nella regione sono stati segnalati anche stupri di gruppo, esecuzioni arbitrarie e attacchi contro il personale umanitario, mentre un gran numero di residenti cerca rifugio nella città di Tawila, a 70 km da El Fasher.
Con oltre 600.000 sfollati, Tawila è diventata l’epicentro della crisi umanitaria in Darfur.

Situazione umanitaria

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il Ciad ospita attualmente più di 1.400.000 rifugiati sudanesi, un numero che continua a crescere con il protrarsi della guerra.
Sul campo, le Nazioni Unite e diverse ONG si stanno impegnando per rispondere all’emergenza, ma le risorse sono carenti.
E’ doveroso riconoscere il notevole lavoro di molte organizzazioni umanitarie presenti.
Tuttavia, la riduzione degli aiuti economici, in particolare da parte degli Stati Uniti, ha costretto diverse organizzazioni, comprese quelle delle Nazioni Unite, a ridimensionare i loro interventi.
Il personale delle organizzazioni umanitarie sul campo sta collaborando con le autorità locali per rafforzare la capacità di accoglienza in prossimità delle zone di confine, in particolare nelle zone di Adré e Tiné.

Nelle province del Ciad orientale, ad esempio, solo negli ultimi due mesi, circa 200.000 sudanesi hanno attraversato il confine passando dai valichi di frontiera di Adré e Tiné.
Oltre l’85%n sono donne sole, bambini e, a volte anche delle persone anziane.

Arrivano in condizioni di estrema indigenza, a volte dopo aver camminato per 10/15 giorni, ma se si tratta di bambini e donne malnutriti, ci vorranno dai 14 ai 17 giorni, soprattutto perché “viaggiano solo di notte” per sfuggire alla trappola mortale tesa dalla atrocità dei paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF).
Nonostante la tregua annunciata alla fine di novembre 2025, i combattimenti continuano nel Sudan occidentale tra l’esercito sudanese e i suoi alleati contro le Forze di Supporto Rapido (RSF).
Questa volta, gli scontri sono scoppiati nella città di Babanusa, un crocevia strategico nello stato del Kordofan Occidentale.
Secondo diverse fonti locali, le RSF hanno lanciato una nuova operazione mirata all’alba del 25 novembre 2025 contro le posizioni dell’esercito, in particolare intorno al quartier generale della 22ª Divisione di Fanteria.
Questa iniziativa arriva nel mezzo di uno stallo nei tentativi di mediazione condotti dai leader tribali, le cui proposte sono state respinte dall’esercito.
I mediatori avevano tentato di ottenere un ritiro graduale delle truppe governative da Babanusa e dal giacimento petrolifero di Heglig verso il Kordofan Settentrionale o il Sudan del Sud.
Il rifiuto dell’esercito a trattare una tregua ha riacceso le tensioni e ha aperto la strada alla ripresa dei combattimenti.

La presenza della Chiesa e della Caritas di Mongo

Tutte queste province sono territori di competenza del Vicariato Apostolico di Mongo che è anche chiamato “Chiesa di Frontiera” in quanto la frontiera con il Sudan è di oltre 1.300 km, partendo dal deserto del Sahara al nord per arrivare alla zona tropicale al sud. Dall’inizio del conflitto, il Vicariato Apostolico di Mongo e la Caritas diocesana lavorano nei campi profughi di Metché e Farchana.

I loro primi interventi dall’inizio della crisi nel 2023 si sono concentrati sulla fornitura di beni essenziali: cibo, stuoie, zanzariere e coperte, utensili da cucina. Dopo diversi mesi, il personale della Caritas ha cercato di andare oltre la semplice assistenza, constatando che questi aiuti di emergenza da soli non erano sufficienti. Dovevamo aiutare le persone a ritrovare l’autosufficienza e la dignità di persone autonome.

Ripristinare la dignità

Il Vicariato ha quindi iniziato a sostenere la realizzazione di pozzi per acqua potabile e progetti di orti, collaborando con gruppi di donne rifugiate e donne delle comunità ciadiane locali.
“Abbiamo iniziato con una ventina di gruppi. Oggi ne supportiamo quarantacinque. Alcune famiglie ora possono vendere parte dei loro prodotti ai mercati”.
Queste iniziative rispondono ai bisogni immediati, favorendo al contempo l’integrazione tra rifugiati e residenti locali. Il fatto che i gruppi siano misti contribuisce anche a ridurre le tensioni con la popolazione locale. “Queste donne riacquistano un senso di libertà e dignità. Non si tratta più solo di un aiuto che ricevono; è un progetto che stanno portando avanti in prima persona”.
Il personale del Vicariato e della Caritas di Mongo vive a stretto contatto con i rifugiati, condividendo spesso le stesse condizioni precarie.
Durante le distribuzioni, si cerca di dare priorità ai più vulnerabili: disabili, anziani e persone isolate.
Questa presenza quotidiana aiuta a mantenere un legame di fiducia, essenziale in un contesto di sopravvivenza quotidiana.
Quello che si riesca a fare è modesto, ma dimostra che, anche in caso di emergenza, è possibile trovare soluzioni con le persone, non solo per loro.

Nascita di una piccola comunità cristiana

Nei campi, il 99% dei rifugiati è musulmano.
Non predichiamo il Vangelo per una conversione.
Condividiamo semplicemente la vita con loro, come ci ha invitato a fare PAPA LEONE XIV°.

Condividiamo con loro ciò che abbiamo, per quanto poco possa essere. Però, in settembre 2025, il gruppo di cristiani che lavorano come personale umanitario nel campo, si sono organizzati autonomamente ed hanno deciso di acquistare un terreno e costruire una cappella per potersi trovare la domenica per pregare.
Questo “miracolo dello Spirito” ci fa capire come non siamo solo noi che decidiamo e realizziamo il futuro.
La presenza di Allah onnipotente, come lo invocano i fedeli musulmani, è presente nei fatti concreti della vita, sia ordinaria che straordinaria.

Necessità di una nuova prospettiva

Con la visita nella provincia di Wadi Fira alla fine di novembre 2025, il Vicariato e la Caritas di Mongo hanno preso coscienza della necessità di dover rispondere a queste nuove urgenze umanitarie.
Tutti noi siamo ben coscienti che le urgenze e i bisogni umanitari continueranno a manifestarsi, e che non potremo intervenire ovunque.
Tuttavia è dovere di ogni persona che crede a dei valori umani e cristiani di non voltarsi dall’altra parte quando si incontra una tragedia di queste dimensioni.
La parabola del “buon samaritano” ci deve insegnare come agire.
È per questo che ci permettiamo di lanciare un nuovo appello alla solidarietà per rispondere assieme a questa nuova emergenza umanitaria.
Sappiamo anche che la Provvidenza di Allah, il Dio padre di tutti gli uomini, saprà dare una risposta adeguata a questa nostra richiesta.

Mongo 29 novembre 2025         

                                    

Ultimo aggiornamento

15 Gennaio 2026, 00:25