Fratel FABIO MUSSI, missionario laico del PIME tra i profughi sudanesi in Ciad: speranza, resilienza, solidarietà e sostegno.
Carissime lettrici e cari lettori,quanta speranza può esserci in un campo profughi di 80mila rifugiati sudanesi, composto per la maggior parte da donne che hanno perso figli e mariti perché impegnati a combattere? Eppure questa storia ci racconta che anche quando tutto intorno è deserto dalla terra può nascere qualcosa.
Data:
15 Luglio 2025

Carissime lettrici e cari lettori,
quanta speranza può esserci in un campo profughi di 80mila rifugiati sudanesi, composto per la maggior parte da donne che hanno perso figli e mariti perché impegnati a combattere?
Eppure questa storia ci racconta che anche quando tutto intorno è deserto dalla terra può nascere qualcosa.
Ogni crisi umanitaria porta con sé una somma di sofferenze e di speranze, di vite interrotte e di tentativi coraggiosi di ricostruire il quotidiano.

Nel cuore del Sahel, lungo la fragile frontiera tra Sudan e Ciad, la tragedia dei profughi sudanesi si rinnova ogni giorno: uomini, donne e bambine costrette a lasciare le proprie case per sfuggire a guerre, persecuzioni e carestie.
Ma è proprio tra questi scenari di instabilità che fioriscono i semi della speranza, della resilienza e della solidarietà umana, spesso grazie all’azione silenziosa di chi si spende per gli altri.
Fra questi, il nome di Fratel Fabio Mussi, missionario laico del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), è diventato sinonimo di speranza e sostegno concreto per migliaia di persone in cerca di un futuro migliore.
Il contesto della crisi: la fuga dal Sudan
Il Sudan, segnato da decenni di conflitti armati, instabilità politica e crisi economiche, ha visto una delle più gravi emergenze umanitarie del XXI secolo.
Dal Darfur alle regioni meridionali, il popolo sudanese è stato vittima di violenze, soprusi e violazioni sistematiche dei diritti umani.
Gli scontri tra milizie, le tensioni etniche e la repressione del dissenso hanno spinto milioni di persone a cercare scampo oltre i confini, verso Paesi che già affrontavano le proprie fragilità.
Il Ciad, vicino per geografia e storia, rappresenta spesso il primo approdo sicuro per chi fugge dal Sudan.
Lungo la vasta frontiera tra i due Paesi, sorgono campi profughi che si trasformano in città temporanee fatte di tende, baracche e strade di polvere.

Qui, la popolazione rifugiata cresce di giorno in giorno, composta perlopiù da donne e minori, mentre le risorse scarseggiano e la vita si fa ogni giorno più dura.
In un articolo scritto da Luca Attanasio e pubblicato da “ L’Osservatore Romano” di venerdì 11 luglio 2025, Fratel FABIO MUSSI afferma che: “… Il ritmo di nuovi arrivi e impressionanti. Molte delle famiglie che giungono qui sono composte da donne bambini e anziani o disabili, gli uomini sono morti o sono al fronte a combattere. Siamo andati per la prima volta a vedere la situazione dei campi improvvisati già a giugno del 2023, due mesi dopo lo scoppio della guerra.
All’epoca i profughi erano poche migliaia, ma si capiva che la situazione era potenzialmente molto grave.
Poi da agosto abbiamo deciso di stabilire una presenza fissa in uno dei campi più affollati di tutto l’est del Ciad con 70 80.000 individui.
Sono persone molto scoraggiate, distrutte da questa guerra senza senso, che non fa gli interessi di nessun settore della popolazione è solo la conseguenza di scontri scatenati e perpetrati per il potere e soprattutto per il controllo delle risorse in particolare dell’oro di cui il Sudan è ricco.”
Fratel Fabio Mussi: una presenza di speranza e concretezza, una figura di riferimento in Ciad.
La sua storia è quella di una vocazione maturata nell’ascolto e nel servizio ai più vulnerabili.
Giunto in Ciad nel 2021, si è inserito nella realtà dei campi profughi con uno stile di prossimità e umiltà: condividendo le difficoltà quotidiane, offrendo ascolto e supporto senza distinzione di fede, etnia o provenienza.

La sua azione si declina in molti ambiti.
Innanzitutto si impegna per garantire l’accesso ai beni essenziali: acqua potabile, cibo, cure mediche di base.
Collabora con le organizzazioni umanitarie, coordina progetti di distribuzione e si fa portavoce delle necessità dei rifugiati presso le autorità locali e internazionali.
Particolare attenzione dedica all’educazione: consapevole che l’istruzione è la chiave per un futuro diverso, si batte per istituire scuole nei campi, formare insegnanti tra i rifugiati stessi e fornire materiali didattici.
Un altro aspetto centrale del suo impegno riguarda l’accompagnamento psicologico e spirituale.
Offre momenti di ascolto, dialogo e preghiera a chi lo desidera, rispettando le diverse tradizioni religiose e promuovendo uno spirito di collaborazione interreligiosa.
Le storie raccolte tra i profughi raccontano la gratitudine per una presenza che va oltre la semplice distribuzione di aiuti.
“Fratel Fabio è come un padre per tutti,” afferma una madre di quattro figli. “Non solo ci aiuta materialmente, ma ci ascolta, ci dà forza, ci fa sentire persone e non solo numeri in una lista.”
Ahmed, giovane insegnante sudanese, sottolinea l’importanza della scuola: “Senza l’impegno di Fratel Fabio, tanti bambini resterebbero senza futuro. Lui ci spinge a non arrenderci, a credere ancora nella vita.”
Conclusione: la forza della speranza
La storia dei profughi sudanesi e di chi li accompagna ogni giorno ci invita a non voltare lo sguardo: la speranza, la resilienza e la solidarietà sono semi che, se coltivati, possono trasformare anche il terreno più arido in un giardino di speranza.
Nel deserto del Ciad, la SPERANZA continua a germogliare, alimentata dal coraggio di chi non si arrende e dalla mano tesa di chi sceglie ogni giorno di restare accanto a chi soffre, seminando fiducia e futuro.

Fratel Fabio Mussi presta questo servizio assieme a una trentina di volontari della Caritas diocesana di Mongo-CIAD centro meridionale ha iniziato un progetto agricolo che unisce i rifugiati e i villaggi che li hanno accolti, in un circolo virtuoso di empowerment femminile, agronomia e recupero della dignità umana.
In questi momenti di crisi, il missionario è spesso chiamato a mediare conflitti interni, a consolare chi ha perso tutto, a ricordare che anche in un campo profughi si può guardare al futuro con speranza.
Inoltre, nei campi profughi del Ciad il missionario favorisce il dialogo tra le diverse comunità presenti, promuovendo una cultura della pace e della convivenza.
La sua azione, radicata nella solidarietà e nel rispetto della dignità di ogni persona, dimostra che anche nelle situazioni più disperate è possibile coltivare il futuro.
Nei campi profughi del Ciad, ogni gesto di attenzione e cura diventa un mattone per ricostruire la fiducia e l’umanità ferite dalla guerra.
Il Gruppo Missionario della nostra Comunità Pastorale segue e sostiene questa sua delicata ed importante opera missionaria.
Angelo Santambrogio


Ultimo aggiornamento
17 Agosto 2025, 07:16
Chiesa di Lissone